Non è il Bello, non è un concetto estetico che interessa Francesca Cataldi ma piuttosto il Bene, l’Etica. Le opere hanno una meta, sono intenzionali, hanno il compito di esercitare un’influenza su chi le guarda, provocare delle reazioni e meglio ancora delle azioni! L’artista non “scrive bei versi”, non crea gemme di bellezza e di armonia ma piuttosto “racconti di pattumiera”, senza offesa, si intende! Le sue opere sono messe in scena con un plot esemplificato, ridotto all’osso, all’essenziale ma con tutte le stratificazioni che vanno dall’abisso all’ascesa. La Cataldi ha studiato scenografia e forse per questo sentiamo le sue opere come “drammaturgiche” in cui la Materia si innalza a Verbo.
La materia è materia vissuta, corroso dal tempo, non è mai materia blanda, nuova, “neonata” semmai è ancestrale e appartiene a un passato collettivo. Cocci, frammenti, che sono in qualche modo riciclati, e nobilitati dall’involucro trasparente del Eterno presente che estende la sue rugose superfici su ciò che è già accaduto e fa intravedere ciò che accadrà.
Sono opere che svelano un processo, un’evoluzione, un movimento, e nascondono al tempo stesso in grembo una terribile dinamicità che è sull’orlo della esplosione ma che non si verifica se non nella visione interiore dello spettatore. La Cataldi accende la miccia ma l’esplosione non avviene: Le sue mani concepiscono per la percezione, impastano la materia, vetro o ché sia, e offrono la materia riletta a chi sa osservare e progettare, spingono chi osserva a lanciarsi nell’ avventura artistica, nell’atto creativo insieme all’artista che ne ha creato semplicemente la base, i presupposti..
Sono processi che si muovono lungo l’asse delle assonanze, delle affinità, dei parallelismi, delle sincronicità, processi attivati consapevolmente dall’artista ma per questo non hanno un intento psicologico e/o pedagogico ma piuttosto intuitivo “materico”

Il Libro è una parola chiave nella ricerca della Cataldi, a partire da Athathari, l’artista ha concepito tutte le sue opere come una specie di alfabeto, sono lettere che compongono pagine che formano libri, o meglio il Libro, il libro come simbolo del pensiero, un pensiero che riguarda la vita, una vita contemplata e esaminata nel correre del tempo, esposta alle rotture, alle temperie, alle cicatrici. Dal libro Narciso, l’ultimo nato nella biblioteca della Cataldi, in cui i segni della vita sono messi a fuoco, la Cataldi approda alla sua ultima “scrittura” alla sua ultima opera: le carte. Qui sono i segni e i colori a formare le trame, è come scrivere un haikai no renka. Ognuna di quelle file è una catena di poesie secondo l’antica tradizione giapponese, l’insieme delle file è un poema dove adopera le scritture, non si sente più soltanto l’influsso giapponese, ma la presenza di tanti paesi, di tante lingue, anche lontani nel tempo, ma comuni nell’esprimer il pensiero umano.. Una torre di Babele orizzontale, colorata, ricca di segni e di colori di mondi diversi.

Eva Clausen