Le stesse reti rimangono a volte come tracce, impresse sulla carta. Superfici scabre, disomogenee, stratificazioni, cromatismi esclusivamente inerenti alle materie utilizzate, nessuna concessione all’estetismo generano un forte impatto nell’osservatore e un fattore sorpresa. Tutto diventa più astratto e storicamente stratificato, materia fatta di pensiero, quando introduce immagini incontrate nel suo percorso e recuperate e trattate come gli altri reperti più “solidi”.
Qui il fuori e il dentro si integrano, contenitore e contenuto si uniscono definitivamente. La trama è doppia o tripla e gli elementi sono identificabili con le loro caratteristiche, non si intuiscono ma si vedono in piena evidenza, essendo allo stesso tempo irraggiungibili, intangibili. I piani si stratificano moltiplicandosi per cui se prima, pensiamo alle carte,tutto si schiacciava su un unico foglio qui ci sono più “contatti”, paralleli tra loro che dialogano attraverso la trasparenza. Questi lavori fissano, raffreddandolo in un momento di equilibrio fragile, qualcosa che prima è in un pericoloso ardente movimento, lava distillata e depurata che ingloba forme di “vita” e oggetti un tempo d’uso, forse. Ma questo equilibrio è vetro, fragile per definizione, anche se “armato” al suo interno, da maneggiare con cura. E così, nelle opere destinate all’esterno e di maggiori dimensioni, si ripropone quell’immaginario urbano che filtra e rielabora la natura e la mima sotto forma d’arte.
Teresa Zambrotta